La traccia mariana che andiamo a esaminare questa volta, cari amici, ci porta presso il Santuario Basilica di Nostra Signora di Montallegro, nei pressi di Rapallo, in provincia di Genova. Presso questo santuario mi sono recato in pellegrinaggio per la prima volta il 17 giugno 2009, per conoscere meglio la storia della miracolosa apparizione della Vergine Maria a Giovanni Chichizòla, un contadino ligure che il 2 luglio 1557 ebbe il privilegio della celeste visione. Si tratta di un santuario davvero particolare per la collocazione a 612 msl, su un monte sovrastante Rapallo detto appunto “Montallegro”, circondato da uno splendido scenario naturale, incastonato tra i monti e il mare… Luogo caratteristico anche perché raggiungibile sia in macchina (una decina di km lungo la strada panoramica) oppure con la funivia (in pochi minuti, direttamente da Rapallo) che si sviluppa per circa 2.400 mt ed è stata inaugurata nel 1934.
Prima di procedere sono d’obbligo alcuni ringraziamenti: a Giorgio, che mi ha stimolato a conoscere la storia e la spiritualità del Santuario di N.S. di Montallegro nei pressi di Rapallo, sua città natale; a Fulvio, che mi ha accompagnato in quel primo pellegrinaggio al santuario; infine alla dott.ssa Patrizia Achilli, curatrice del sito dedicato al Santuario, che si è resa disponibile ad offrire utili e interessanti informazioni storiche.
Sono ormai diversi i santuari mariani attraverso i quali abbiamo percorso alcune delle tracce più significative del cammino di Maria tra gli uomini nel corso dei secoli. E ogni volta abbiamo cercato di mettere in luce le ragioni che mi hanno guidato nella scelta di un certo luogo in cui, apparsa la Vergine Maria, i veggenti hanno ricevuto un particolare messaggio il cui contenuto abbiamo visto esser valido per noi e per tutti ancora oggi, secondo quella pedagogia mariana che ormai abbiamo imparato a conoscere: Maria appare in una certa località, in un determinato tempo e affida ad un veggente (spesso più d’uno), solitamente di condizione e cultura umili ma di semplice e profonda fede, un messaggio che ha una stretta attinenza con quel contesto storico e locale ma che altresì possiede una valenza spirituale capace di attraversare i secoli e raggiungere ognuno di noi, ancora oggi. In molte di queste apparizioni Maria si è rivelata anzitutto come “mediatrice”, ovvero come Colei che intercede tra Dio e gli uomini. Questo particolarissimo ruolo – affidato da Gesù stesso alla Madre Sua quando disse, a Lei e a Giovanni che stavano sotto la croce: “Ecco Tua Madre… Ecco tuo figlio…” (Gv 19, 25-27) – ritroviamo anche nella apparizione della Vergine di Montallegro. Ma non è questa l’unica ragione per la quale abbiamo scelto questa meta per il viaggio della mente e del cuore che questa volta intendo compiere insieme a voi, cari amici. La specificità che mi ha portato a visitare il Santuario di Nostra Signora di Montallegro sta nel fatto che in questa apparizione Maria non consegna soltanto un messaggio al veggente – tale Giovanni Chichizola, che già abbiamo ricordato – ma addirittura gli lascia in dono una preziosa icona bizantina quale segno della Sua venuta tra gli uomini. Ed è a questa icona, che la devozione popolare definisce comunemente “quadretto di Maria”, che faremo in particolare riferimento per cercare di cogliere in tutta la sua portata l’attualità e l’importanza di questa traccia mariana.
Torniamo dunque ai tempi dell’apparizione, e più precisamente a quel pomeriggio del 2 luglio 1557. Ci troviamo su uno dei rilievi che coronano la baia di Rapallo, sull’altura di Ponzema, all’interno di una vasta area di bosco la cui proprietà rimanda alla ricca famiglia locale dei Della Torre. In questa località, nella calura del pomeriggio estivo, la Vergine Maria appare a Giovanni Chichizola, un modesto contadino di Canevale. A lui la Madonna si rivolge chiedendo di essere venerata su quel monte, assicurando al materna protezione per la popolazione del luogo e lasciando, come dono e conferma della sua venuta, una preziosa icona bizantina.
Questi i riferimenti essenziali del fatto. Ma qual è la cornice storica dell’evento? Occorre ricordare che a metà del Cinquecento lo scenario rapallese è drammatico. Pochi anni sono infatti trascorsi dall’assalto portato dalla flotta islamica del temuto Torghud, tragico evento bellico dal quale sono derivate morte e miseria per le famiglie della costa ligure. L’autorità locale è nelle mani del governatore di Genova, Andrea Doria, ormai anziano e spossato dalle energie profuse per tenere testa ai tentativi di espansione in terra italiana di Francesco I di Francia e di Carlo V di Spagna. In questo difficile momento, la popolazione di Rapallo ammonta a circa 1.300 anime, uomini e donne costretti a guardarsi dai pericoli portati dal banditismo e dalla criminalità diffusi un po’ ovunque. Ma ancor più difficili sono le condizioni di vita degli strati più poveri della popolazione, sovente colpiti da carestie ed epidemie. Infine, pure il quadro dottrinale non è dei più rosei, a causa di alcune pericolose penetrazioni di dottrina luterana che inquinano la fede cattolica. Ecco qual è il quadro in cui Maria viene a portare un raggio di speranza, illuminando le fosche tinte del presente rapallese con il sorriso della Madre amorosa che attende i suoi figli.
Una nota merita poi il luogo dell’apparizione, l’altura detta “Ponzema”, nei pressi delle terre inizialmente denominate Bezarino e Castruzzo. Il nome “Montallegro” non compare infatti che alla fine del Cinquecento, fino alla sua ufficializzazione a opera dello storico del luogo, G. Agostino Molfino, nella storia dell’apparizione edita nel 1668. Bezarino e Castruzzo – nota Molfino – sono due poggi, rispettivamente a levante e a ponente, tra i quali si erge il Monte Leto, volgarmente detto “Mont’Allegro”. Tale nome viene fatto da alcuni derivare da una vittoriosa battaglia dei Liguri contro i Romani, risalente al II secolo a.C.: “Montallegro” dunque per indicare la gioia dei Liguri che qui risultarono vincitori. Ma tale ipotesi non ha sufficiente consistenza storica. Più probabile invece una seconda spiegazione che vede nel banditismo e nei fatti di sangue che macchiavano drammaticamente la zona in quell’epoca l’origine del nome: “Montallegro” deriverebbe dunque da “Mons leti”, ovvero “colle della morte”. Quale che sia la vera origine del nome, sta di fatto che la denominazione “Montallegro” divenne sempre più comune nel corso del Seicento, quando i devoti del luogo contrapponevano la gioia recata da Maria i quel 2 luglio 1557 alle drammatiche e tristi condizioni in cui versavano le popolazioni locali dell’epoca.
Quale fu il messaggio recato a Giovanni in quel 1557? Per conoscerlo possiamo rifarci a quanto riferito da Nicolò Baliano che all’età di 102 anni, nel 1669, rese la seguente testimonianza: “Ho ben ferma memoria che intesi da detto Chichizola che ho conosciuto a pieno, havendo esso mangiato e dormito molte e molte volte in mia casa et io ho con lui parlato, trattato e conversato mentre è vissuto per molti anni… che Nostra Signora li disse che non temesse e che… andasse a dire et a palesare per tutto che haveva visto la Madonna Santissima apparsale su detto Monte, ove lasciò detto Quadretto e che era venuta di Grecia per ivi habitare e che perciò alcuno non ardisse levar detto Quadretto da detto luogo dove apparse”.
A questa testimonianza possiamo poi accostare quella dello storico per eccellenza del Santuario, Gio. Agostino Molfino, del 1668, che riporta il messaggio della Vergine: “Giovanni, levati su e non temere; ma vanne allegramente al popolo di Rapallo e predica pure per le piazze e le contrade come ti è apparsa la Madre di Dio su questo monte, E quivi per mano degli Angeli ha lasciato il sacro pegno del suo misterioso Quadretto o ritratto, rappresentante il suo glorioso Transito, dalla Grecia trasportato. Digiunate il santo! Digiunate!”
Già da queste prime testimonianze si evince il tema – comune a molte altre apparizioni mariane – del messaggio consegnato dalla Vergine a Giovanni per tutti i rapallesi, ovvero l’invito alla preghiera e al digiuno come condizioni essenziali per ritornare a Dio in un momento storico così drammatico.
Tale messaggio è raccolto da un umile veggente, Giovanni Chichizola – il cognome è riportato in diverse varianti nelle differentI cronache dell’epoca e successive – che viene scelto dal Cielo per essere il latore di quel messaggio. E per accogliere il prezioso dono dell’icona. Un contadino, dunque. Un colono. Originario di Canevale, un piccolo borgo appena sotto Montallegro. Umile di condizione sociale, povero di cultura: paiono esserci tutte le condizioni per riconoscere in lui uno di quei “piccoli” che spesso il Cielo sceglie per essere ambasciatori della Vergine Maria. Tanto che le cronache del tempo lo indicano come devoto, umile, onesto, pio. Soprattutto umile. Al punto da uscire di scena appena assolto al proprio compito di riferire il messaggio ricevuto dalla Vergine, al pari di tanti altri veggenti, tra i quali non possiamo non citare almeno la piccola Bernadette. Riconosciuta l’apparizione dall’autorità ecclesiastica con due decreti del 6 agosto 1558, ecco dunque che di Chichizola si perdono le tracce, salvo quanto testimoniato dall’anziano Nicolò Baliano che con il veggente intrattenne rapporti per molti anni a seguire. Di fronte a tale umiltà la riconoscenza popolare non stesse in silenzio ma portò all’edificazione di una cappella eretta sui ruderi della casa di Giovanni stesso, cappella dedicata a N.S. delle Grazie che, inaugurata nel 1882, divenne meta di particolare devozione.
Preghiera e digiuno sono dunque i temi ricorrenti dell’appello che Maria rivolge ai rapallesi in quel 1557. Ma ancor più eloquente del messaggio è forse il dono che la Vergine consegna a Giovanni, ovvero il prezioso “quadretto”, l’icona bizantina che ancora oggi è custodita nel Santuario di Montallegro e della quale la Vergine stessa secondo la tradizione ebbe a dire: “Questo piccolo quadro, portato per mistero angelico dalla Grecia, lascio loro come pegno della predilezione…”.
Si tratta di una tavoletta di legno di pioppo, delle dimensioni assai contenute: circa 18×15 cm. Già 450 anni fa si potevano rilevare i segni del tempo che caratterizzavano l’icona che, prodigiosamente, non ha più conosciuto ulteriore deterioramento nel corso dei secoli successivi all’apparizione. Incerta l’attribuzione: la tradizione optava per San Luca Evangelista, oppure per san Luca Eremita, vissuto nell’XI secolo, epoca cui l’icona è fatta risalire dalla perizia effettuata durante un recente restauro che ha restituito ai colori l’originale vivacità.
Il soggetto dell’icona è il transito di Maria: la Vergine è posta su una bara, coperta da un ampio tappeto rosso che scende fino a terra, mentre un mantello bruno ne avvolge il corpo. Le mani sono distese sul corpo, incrociate, i piedi nudi, e il capo sormontato da una aureola sopra le quali una sigla greca indica il titolo “Madre di Dio”. Al centro, appena sopra le spoglie della Vergine, è rappresentata la SS. Trinità che, secondo il canone orientale, è costituita da un corpo solo da cui si dipartono tre teste: due viste di profilo e una di fronte. Proprio tale simbologia fu oggetto di lunga discussione nel corso del Seicento, in quanto si temeva che potesse avallare l’idea della scissione delle tre Persone della Trinità. Dubbi dottrinali sui quali fece bene a intervenire a Chiesa, ma questioni che non intaccarono l’autentica devozione dei pellegrini dell’epoca. Anche perché il corpo unico, la veste unica e l’aureola che, unica, circonda le tre teste, contribuiscono a sottolineare fortemente l’unità della Trinità stessa.
Torniamo però alla figura di Maria, che compare in tre differenti raffigurazioni. La prima è quella già citata della spoglia mortale distesa sulla bara; la seconda è racchiusa nell’immagine di una bambina in fasce sospesa per aria, sorretta dal braccio sinistro della Trinità. Questa raffigurazione simboleggia l’anima di Maria che ascende al Cielo. E’ importante notare che non ha il volto ringiovanito, né è vestita di panni candidi né si trova alla destra bensì alla sinistra della Trinità a significare che non ha ancora raggiunto al posizione d’onore che spetta alla Vergine glorificata, sottolineando al tempo stesso che Maria è mediatrice tra la Trinità e l’umanità peccatrice proprio in quanto sospesa tra Cielo e Terra. Accanto alla testa della bambina, sormontata dall’aureola, compare ancora la sigla greca che indica “Madre di Dio”. Infine – ed è la terza figura di Maria presente nell’icona – sul petto della Trinità compare dipinto il volto di una bambina raggiante come il sole. In esso non scorgiamo solo il volto di Maria ma con più precisione intuiamo la raffigurazione della “donna vestita di Sole” di cui parla l’Apocalisse al capitolo 12, rappresentando in essa l’Immacolata che, come tale, è Colei che vince Satana.
Alla destra della Trinità compaiono i 12 apostoli, raccolti insieme sulla terra, stretti stretti gli uni accanto agli altri, con espressione sbigottita, prossimi al corpo di Maria adagiato sulla bara. Una metà del gruppo degli apostoli guarda il corpo della Madonna, mentre l’altra metà fissa gli occhi sulla Trinità. Sul lato opposto dell’icona, alla sinistra del corpo di Maria, ecco un vecchio barbuto, dal piglio nobile, con ornamenti sacerdotali, probabilmente indicante un vescovo o un padre della Chiesa, il quale reca in mano un libro cerimoniale ma non distoglie gli occhi dalla Trinità che occupa il centro del quadretto, sulla quale converge lo sguardo di chiunque osservi la preziosa icona. Sopra la Trinità, a destra e a sinistra, due angeli si librano in volo, inclinando la testa verso il Sole che campeggia sul petto della Trinità stessa, vero centro di tutta la rappresentazione.
Ricchissimo è il valore del messaggio racchiuso in questa icona. Perché essa è come se racchiudesse le verità fondamentali del nostro “Credo”, richiamandoci al mistero della Trinità – la cui rappresentazione campeggia al centro del “quadretto”, alla fede nella Chiesa – simboleggiata dagli apostoli ma anche da Maria che della Chiesa è Madre e profezia – e all’attesa della vita eterna, il richiamo alla quale è con forza espresso dalla stessa “dormitio Mariae”, cioè dal “sonno” di Maria che immediatamente e contestualmente si apre alla sua salita al Cielo, anticipando nella figura della Bambina aureolata sospesa in aria proprio quel dogma dell’Assunzione di Maria in cielo che verrà proclamato nel 1950 da Pio XII.
Ecco così che è come se la Madonna fosse venuta a dire al popolo dei rapallesi, così tribolato e provato da drammatiche condizioni storiche, e ad ognuno di noi, di non perderci d’animo, di rinvigorire anzi la speranza sempre ricordando che siamo fatti per il Cielo, per l’Eternità e per Dio stesso. È come se in questo quadretto così piccolo fosse condensato un richiamo di incomparabile portata, il richiamo alla nostra natura di creature fatte per il Creatore, di esseri mortali eppure chiamati alla Vita Eterna, di esseri finiti eppure pensati e voluti da e per l’Eternità. Tanto grande è il mistero dell’amore di Dio per gli uomini!
L’icona bizantina è rimasta per secoli nel santuario che fin quasi da subito l’accolse, presso Montallegro, tranne alcune soste straordinarie nella città di Rapallo nel corso degli ultimi decenni – ad esempio nel 1957, per il IV centenario dell’apparizione, e ancora nel 1989 per ricordare i 250 anni dall’elezione della Vergine a Patrona di Rapallo e del suo capitanato e poi nel 2007 per i 450 anni dall’apparizione.
Oltre a queste brevi traslazioni dell’icona, risalenti al Novecento, occorre però ricordarne altre che hanno un rilievo ben maggiore in quanto per il loro carattere miracoloso confermerebbero la soprannaturalità degli eventi occorsi in quel di Montallegro il 2 luglio 1557. Mi riferisco al fatto che la sera stessa dell’apparizione il clero rapallese giudicò opportuno trasferire l’icona nella Chiesa del borgo, anche per ragioni di sicurezza. La cosa venne fatta con tutta la devozione del caso, con una processione solenne e preghiere e campane suonate a festa. Ma l’icona, misteriosamente, ritornò sul monte presso il quale Maria aveva originariamente offerto a Giovanni il prezioso dono. Con grande sorpresa – riferiscono le cronache storiche – dell’Arciprete che aveva adunato il popolo per mostrare il prezioso quadretto credendolo custodito nella Chiesa di Rapallo.
Dopo la prima sparizione, il popolo e il clero credettero bene di riportare l’icona a Rapallo, sigillandola in un armadio della sacrestia chiuso da catene e lucchetti. Ma, anche questa volta, fu tutto vano, e il quadretto sparì, facendo nuovamente ritorno sul monte dove la Vergine aveva detto di desiderare di esser venerata. Ecco dunque che questi due vani tentativi di trasferimento dell’icona da Montallegro a Rapallo contribuirono a far prendere ancora più sul serio le parole della Vergine riferite dallo stesso Giovanni Chichizola, secondo il quale Maria aveva chiesto espressamente di esser venerata sul luogo della apparizione. È questo un tema che abbiamo già incontrato, poiché Maria usa richiedere il riconoscimento del luogo dell’apparizione come sito privilegiato presso il quale i fedeli devono recarsi a rendere onore alla Vergine. Perché questa richiesta? Forse perché è un po’ come se la Madonna chiedesse a ognuno di noi di fare “la nostra parte”, prendendo l’iniziativa di recarci da Maria dopo che Ella stessa è venuta da noi, quasi a trovare un punto d’incontro che solleciti il nostro impegno, la nostra libertà, nel rispondere all’iniziativa della nostra Madre del Cielo. Una risposta che spesso – lo abbiamo visto più volte ripercorrendo le “Tracce di Maria” – assume al concretezza della edificazione di una cappella, di una chiesa o di altro luogo di culto, secondo le richieste della Vergine.
Veniamo ora alla posizione della Chiesa in merito a tale apparizione. E lo facciamo riferendoci a documenti ritrovati in maniera provvidenziale a fine Ottocento nell’Archivio di Stato di Genova dopo esser stati ignorati per oltre tre secoli. Si tratta dei due decreti promulgati da Mons. Egidio Falceta, vicario generale dell’Arcidiocesi di Genova, a poco più di un anno di distanza dagli avvenimenti di quel 2 luglio 1557. Il contenuto di tali documenti è di importanza capitale poiché venne a confermare, all’epoca del loro ritrovamento a fine Ottocento, con l’autorità ufficiale della Chiesa la soprannaturalità degli eventi occorsi a Montallegro, affiancandosi al riconoscimento a essi tributato dalla devozione popolare fin dalle origini. Mons. Falceta, recatosi in visita a Montallegro il 14 luglio 1558, ascolta i testimoni del fatto – Giovanni Chichizola anzitutto, ma anche Gregorio di Pianezza, che per primo custodì l’icona, e gli esponenti del clero e del popolo che erano stati in qualche modo coinvolti in quanto accaduto sul monte. L’indagine ebbe esito positivo, al punto che già il 6 agosto di quello stesso 1558 venivano emanati i due decreti ufficiali di riconoscimento, nei quali leggiamo: “È noto, e noi stessi abbiamo visto e, presenti agli avvenimenti, abbiamo potuto conoscere i tanti e stupendi miracoli che la gloriosa e immacolata Vergine ha fatto nel luogo volgarmente detto “monte” nella diocesi di Genova, a circa tra miglia da Rapallo. Ivi, come piamente si crede, è apparsa la stessa Vergine e poi si è trovata una tavolina con l’immagine della medesima gloriosa Vergine di quando fu assunta in Cielo. Lo testimoniarono e testimoniano coloro che, vessati da demoni, ne sono stati liberati, i ciechi di nuovo vedenti, gli zoppi che miracolosamente camminano, moltissimi che paralizzati nelle mani o in tutto il corpo, andati lassù, rifugiatisi presso la Vergine, ne tornarono liberi, per la sua virtù, da ogni male…”.
A conferma del riconoscimento ecclesiastico, si stabilisce che sul luogo dell’apparizione vengano eretti una chiesa e un ospizio per i pellegrini. Sarà lo stesso mons. Falceta a benedire la prima pietra della costruzione e a consacrare la nuova Chiesa nel luglio 1559, appena due anni dopo l’apparizione stessa.
Il nuovo edificio sacro può così offrire opportuno ricovero al prezioso quadretto. Il tempio, a navata unica, è di dimensioni contenute (25 x 11 m., con un’altezza di 12 m.) e sulla facciata reca la scritta latina che significa: “Adoreremo Dio nel luogo dove si posarono i piedi di lei”. Tale scritta, che sovrasta la porta d’ingresso, è molto importante poiché lascia intendere immediatamente che si venera Maria in quanto inviata da Dio, riconoscendo dunque quel ruolo di “mediatrice” tra Dio e gli uomini che abbiamo visto esser prerogativa mariana sottolineata dalla Vergine stessa nel corso di numerose apparizioni. Si è cioè edificata una chiesa per venerare Maria, come da Lei richiesto, ma anzitutto per adorare quel Dio cui Maria invita l’umanità a tornare nella preghiera e nel digiuno.
Nei secoli, la Chiesa è stata molte volte oggetto di interventi di abbellimento, restauro e ampliamento: tra questi ricordiamo la realizzazione nel 1640 dei quattro altari laterali (la Visitazione, l’Annunciazione, l’altare del Crocifisso e l’Addolorata), il ricco e barocco panneggiato d’argento che fa da cornice alla preziosa icona, pregevole esempio di argenteria genovese donato dal nobile rapallese Tommaso Noce nel 1743, e nel 1896 la nuova facciata con marmi, guglie e fregi che esaltano lo stile gotico-lombardo. Nel corso del Novecento vennero realizzati la nuova scalinata, la Casa del pellegrino, il sagrato, la via crucis e i misteri del Rosario che arricchiscono il percorso devozionale esterno di quel complesso sacro sorto intorno al Santuario che, per queste sue caratteristiche, ha ricevuto il riconoscimento di “Basilica minore” con decreto di Pio XII nel 1942.
Dal decreto di riconoscimento dell’apparizione, datato 6 agosto 1558, emergono i riferimenti ai numerosi miracoli che sarebbero stati operati per intercessione di Maria sul monte dell’apparizione. A questo punto dobbiamo dunque dire anche di un altro segno che accompagnò il prodigioso evento del 2 luglio 1557, ovvero la miracolosa fonte d’acqua che Giovanni Chichizola avrebbe visto scaturire dalla roccia dopo l’apparizione della Vergine. Alcuni documenti storici dicono che una fonte fosse già presente sul posto, altri sostengono il contrario: comunque sia, a tale fonte – già esistente o scaturita ex novo dalla roccia – sono attribuiti poteri taumaturgici – cioè di guarigione – a partire dai giorni immediatamente successivi il 2 luglio 1557, al punto che da più parti d’Italia accorrono per bere alla miracolosa fonte. Fra le tante testimonianze, possiamo ricordare quella della Beata Brigida Morello, fondatrice delle Orsoline di Piacenza, che in una lettera del 1671 così scriveva: “La vigilia di San Bartolomeo mi comunicarono e mi piangevano in casa per morta… In questo, dal signor Padre da Rapallo mi fu mandato… un’ampollina d’acqua della Madre Santissima di Montallegro… presi quest’acqua e me la bevei. Questa fu la medicina che mi diede la sanità e la vita perché subito rimasi sana”.
Per secoli si poteva attingere acqua a questa fonte miracolosa da un’apertura posta alla sinistra dell’altar maggiore, mentre oggi la stessa fonte è accolta in una minuscola grotta incastonata nella parete della cappella di San Giuseppe che ancora si appoggia alla pietra viva su cui è stato edificato il trono che accoglie il quadretto della Vergine, sul luogo originario dell’apparizione.
Dicevamo dei miracoli dunque. A testimonianza del mare di grazie concesse dalla Vergine nel corso dei secoli stanno le migliaia di ex-voto che ancora oggi adornano le pareti del santuario. Si tratta di testimonianze delle più diverse specie – doni in natura, quadretti, cuori, oggetti votivi, ma anche rappresentazioni di protesi per guarigioni e risanamenti miracolosi – offerti da esponenti delle più diverse categorie sociali – commercianti, naviganti, contadini, notabili del luogo.
Buona parte degli ex-voto del Seicento e Settecento furono rimossi nel corso del tempo, per cui oggi si possono ammirare soprattutto reperti dell’Ottocento o più recenti.
Una parola a parte merita però l’ex-voto incastonato ai piedi del trono che accoglie la miracolosa icona di N.S. di Montallegro. Datato 1574, è una piccola lamina in argento, recante incisa una nave a vela da trasporto e la scritta: “26 dicembre 1574. Nicolò de Allegretis Raguseo feci un voto e ricevetti la grazia”. Si tratta di un comandante che, alla guida della “Santa Maria della Grazia”, scampò miracolosamente al naufragio dopo esser stato sorpreso da una violenta burrasca preso le Cinque Terre e, per soddisfare il voto fatto, si recò a rendere grazie alla Vergine presso il Santuario di Montallegro. L’Allegretis (o Allegretti) era detto Raguseo in quanto proveniente da Ragusa – oggi Dubrovnik, in Croazia – città dell’allora assai potente repubblica marinara dalmata. Giunto al santuario, il comandante avrebbe avuto al sorpresa di riconoscere nell’icona conservata al santuario una effigie bizantina particolarmente cara proprio alla sua città di Ragusa, dalla quale era da tempo scomparsa. Avanzata formale richiesta di restituzione, i giudici di Genova non vollero opporsi, per evitare un possibile incidente diplomatico tra le due repubbliche marinare – genovese e dalmata. Grande fu lo sconforto dei rapallesi. Ma ancor maggiore la sorpresa del raguseo quando, durante il viaggio in nave che avrebbe dovuto riportare l’icona in patria, si accorse che il quadretto era scomparso. Per riapparire, misteriosamente, proprio sul luogo originario delle apparizioni dove al Vergine aveva detto di desiderare di esser venerate. Colpito da un tale avvenimento l’Allegretis decise di lasciare l’icona a Montallegro, A conferma di tale prodigioso avvenimento sta il fatto che nel messaggio a Giovanni la Vergine stessa avrebbe fatto riferimento all’icona come proveniente dalla “Grecia”, usando un’espressione che all’epoca poteva alludere all’Ellade come alla Dalmazia, nonché indicare la chiara origine bizantina del quadretto. Il gesto compiuto dal comandante dalmata accrebbe la devozione attribuita all’icona da parte dei naviganti, al punto che numerose riproduzioni della stessa furono affisse sulle navi che solcavano i mari dell’epoca, potendosi addirittura contare oltre 25 navi che portavano come nome quello di N.S. di Montallegro.
Perché la Vergine avrebbe scelto come dono una icona bizantina? Forse per inviare non solo una suprema sintesi del credo cattolico – come abbiamo visto – ma anche per rivolgere un invito al riavvicinamento tra i popoli e le chiese. Invito che pare oggi esser stato accolto se si considera che il Santuario oggi ospita celebrazioni liturgiche ortodosse, presentandosi dunque come quel punto d’incontro auspicato dalla Vergine quasi cinque secoli fa.
La devozione alla Vergine di Montallegro crebbe inoltre in concomitanza con il riconoscimento della celeste protezione accordata dalla Madonna alla popolazione locale, in particolare in occasione delle epidemie di peste che colpirono il territorio ligure nel 1579/80 (causando circa 30.000 morti nella sola Genova) e nel 1656/57 (causando circa 70.000 morti a Genova). Tale fu la devozione popolare della zona che nel 1739 si giunse a deliberare l’elezione di Nostra Signora di Montallegro come Patrona di Rapallo e del suo capitaneato.
Ancora, alla intercessione della Vergine di Montallegro sono attribuiti: l’intervento in occasione del pericolo portato dalle truppe austro-piemontesi che assediano Genova nel 1747, minacciando direttamente Rapallo; la protezione contro il colera nel 1836; la tutela della comunità durante gli anni del Secondo Conflitto Mondiale, 1940-45.
Vogliamo anche noi, oggi, accogliere l’invito di Maria che ci sprona alla preghiera, al digiuno, per ritrovare quella pace con Dio che sola è la condizione per la pace e l’unità tra i popoli e nella Chiesa. E invochiamo la celeste protezione della Vergine affinché si mantenga salda la fede – ultimo baluardo dal quale non ci si deve allontanare quando più infuria la battaglia contro il Maligno – nelle nostre famiglie e nelle nostre case.
