Maria Candida dell’Eucaristia nasce il 16 gennaio 1884 a Catanzaro, in una famiglia originaria di Palermo, profondamente credente ma che fermamente si oppose alla vocazione religiosa della figlia. Passarono vent’anni infatti prima che Maria potesse fare ingresso nel monastero carmelitano di Ragusa il 25 settembre 1919. Lungo gli anni della crescita e del tempo in attesa di poter realizzare la sua chiamata, Maria dimostrò una sorprendente forza d’animo nella fedeltà alla vocazione ricevuta. Racconta di aver trovato il suo sostegno nel mistero eucaristico: mistero fecondo dell’Umanità di Cristo. È nell’eucaristia che lei vedeva il mistero della presenza sacramentale di Dio nel mondo, la concretezza del Suo amore per noi uomini, il motivo della nostra piena e totale fiducia nelle Sue promesse.

L’amore per l’eucaristia è presente già fin dalla prima infanzia quando attendeva la madre di rientro dalla Santissima Comunione la quale affettuosamente le “filatava” sulle labbra, e Maria gioiva convinta di ricevere lei pure il Signore. Da quando, a dieci anni, fece la sua prima comunione, privarsi di tale cibo celeste era per lei la croce più grande e tormentosa.

La vita di questa Beata non è tanto caratterizzata da manifestazioni devozionali quanto piuttosto dall’incidenza vitale del rapporto della sua anima con Gesù Eucaristia, fino a consacrarsi vittima a Dio l’11 novembre 1927. Si sviluppa in lei una spiritualità che lei stessa definisce “una vocazione per l’eucaristia”.

Il suo capolavoro letterario si intitola “colloqui eucaristici” che scrisse a partire dalla Solennità del Corpus Domini del 1933. È stato definito un vero gioiello di spiritualità eucaristica vissuta.

La Beata interpreta le virtù teologali alla luce dell’eucaristia: la fede, “mio Dilettissimo Sacramentato, io Ti vedo, io Ti credo!”; la speranza: “mia divina Eucaristia, mia cara speranza, tutto da Te attendo!”; la carità “Amore Sacramentato, quanto è grande l’amore di un Dio fatto pane per le anime, di un Dio fatto prigioniero per me!”.

Nell’eucaristia Maria coglie altresì il senso più profondo dei tre voti religiosi – castità, povertà e obbedienza – che in una vita intensamente eucaristica trovano non solo piena espressione e compimento ma altresì un esercizio concreto di vita in una progressiva conformazione all’unico modello di ogni consacrazione: Gesù Cristo, morto e risorto. Qual è l’obbedienza del nostro Dio Sacramentato – si domanda la Beata –, “Cos’è l’obbedienza di Gesù a Nazareth in confronto all’obbedienza nel Santissimo Sacramento da oltre venti secoli? (…) Chi più spoglio di Te, chi più povero di Te? Non hai nulla, non chiedi nulla! Divin Gesù, asseta le anime religiose di spogliamento e povertà sincera (…), se il Tuo riposo è nelle anime pure, qual è quell’anima che trattando con te non diventi tale?”.

Nostro vero modello di vita eucaristica rimane senz’altro la Vergine Maria. Perciò, sulle orme di Maria Candida dell’Eucaristia, abbiamo sempre presente Maria, nostra Madre celeste, nelle nostre comunioni, chiediamo di ricevere la Santa Eucaristia dalle sue stesse mani, ravviviamo in noi il desiderio di diventare una cosa sola con Gesù, in purezza e amore.

Gesù eucaristia è scuola, è cibo, è incontro vivo con Dio, è fusione di cuore, è scuola di virtù, è sapienza di vita.

Il Signore chiamò a sé la Beata il 12 giugno 1949, nella Solennità della Santissima Trinità, unita per sempre al mistero eucaristico di Cristo chiese a Gesù di essere posta a custodia di tutti i tabernacoli del mondo fino alla fine dei tempi.

San Giovanni Paolo II, anche nostro patrono di comunità, il giorno della beatificazione di Madre Maria Candida dell’Eucaristia 21 marzo 2004, definì la Beata una autentica mistica dell’eucaristia.

Chiediamo cari amici per intercessione di questa Beata la grazia e la gioia di riconoscere sempre Gesù nella santissima Eucaristia, nella compiuta promessa di essere con noi fino alla fine del mondo, Mt 28,20, di non dubitare mai di alcuna Sua promessa in nostro favore, ricordandoci che anche se noi manchiamo di fede, Egli però rimane fedele perché non può rinnegare sé stesso (2Tm 2,13) e la grazia grande di morire servendo Dio con rigore intellettuale e fervore spirituale.