In occasione della memoria della Beata Chiara Luce Badano, riportiamo l’articolo sulla sua vita pubblicato oggi su La Nuova Bussola Quotidiana.

Oggi ricorre la memoria liturgica della giovane focolarina morta a meno di 19 anni a causa di un osteosarcoma. Una malattia vissuta in unione a Gesù, durante la quale Chiara seppe trasmettere a tutti la gioia e l’amore di Dio.

Il 29 ottobre, oltre al beato Rosario Livatino, giudice e martire, proclamato patrono dei magistrati italiani, la Chiesa fa memoria anche di una giovane beata salita al Cielo a poco meno di 19 anni: Chiara Luce Badano. Una storia, la sua, che colpisce nel profondo chiunque ne venga a conoscenza.

Chiara nasce il 29 ottobre 1971 a Sassello, un piccolo paese nell’entroterra savonese e che lei chiamerà la sua “piccola Svizzera”, da Ruggero Badano e Maria Teresa Caviglia. Attesa a lungo, Chiara è figlia unica, e riceve dalla sua famiglia una solida educazione cristiana. A nove anni entra in contatto con il Movimento dei Focolari, in particolare con i Gen (Generazione Nuova) scoprendo nella sua vita l’amore vero di Cristo, il quale diventa il centro e “l’Ideale” della sua vita. Ricca di talenti, di bell’aspetto e sportiva, Chiara sembra una ragazza come tante altre ma arricchita da una fede sincera e profonda.

Ad oggi, conoscendo il suo cammino di fede nella sofferenza, possiamo dire che il Signore stava preparando il suo cuore ad affrontare una delle prove più difficili. Infatti, quella che umanamente sembra essere un’ingiustizia, nel piano di Dio si rivela un progetto di amore e di vita vera. A soli 17 anni Chiara si trova ad affrontare la prova più grande: a seguito di alcuni accertamenti per un dolore al braccio, le viene diagnosticato un osteosarcoma di quarto grado all’asse spinale. I genitori raccontano il dolore che provarono in quel momento in cui però compresero che solo con Cristo avrebbero potuto dire il loro sì. Iniziano le visite e gli accertamenti a Torino presso le Molinette, dove Chiara verrà ricoverata. Prima del ricovero la giovane volle passare dal Santuario della Consolata per confessarsi e ricevere l’Eucarestia. Solo così, come disse lei stessa, avrebbe potuto ricevere la forza per affrontare l’inizio di quel doloroso cammino.

Il 28 febbraio 1989 Chiara viene sottoposta al primo intervento chirurgico per tentare di asportare il tumore. La mattina dopo – racconta la mamma – si sveglierà pronunciando due parole: «Perché, Gesù?». È la domanda del servo sofferente, dell’umanità che incontra il mistero della sofferenza. Chiara però va oltre e con sereno abbandono dirà subito: «Se lo vuoi Tu, Gesù, lo voglio anch’io». È l’inizio di una vita nuova trasfigurata in Cristo.

La malattia continua il suo corso, vengono trovate altre metastasi e Chiara viene informata del prossimo ciclo di chemio-radio terapia che avrebbe rallentato il male, ma che difficilmente lo avrebbe eliminato. Il 14 marzo 1989 sarà un giorno che segnerà profondamente la vita di Chiara. La mamma racconta che, rientrati dall’ospedale, vedrà la figlia combattere in silenzio la battaglia interiore più forte. All’improvviso, dopo venticinque minuti di sofferenza, Chiara si volterà verso di lei con il suo sorriso di sempre, raggiante e pieno di luce: aveva detto il suo “sì”, questa volta nel dolore e nella consapevolezza che non sarebbe guarita. Ora era disposta a stare “al gioco di Dio”, e a starci nella serenità interiore di chi soffre ma si abbandona alla volontà del Padre. Inizia per la giovane di Sassello un cammino quotidiano di conformazione al Signore: ad ogni sofferenza ripeterà con forza quel suo «per te, Gesù».

La malattia peggiora, una lesione alla colonna vertebrale la porta a perdere l’uso delle gambe. Da allora Chiara è costretta a letto. Ritornata a Sassello, la sua cameretta diventa un piccolo “santuario”: non c’è amico, parente, compagno di scuola che non esca dalla sua stanza nella gioia. Non erano gli altri a portarle conforto, ma lei a donare l’amore di Cristo. Il telefono accanto al suo letto diventa uno strumento prezioso di evangelizzazione per arrivare al cuore di tanti.

Chiara dice di sentirsi avvolta in uno splendido disegno che a poco a poco le si svela. Il padre Ruggero racconterà che per comprendere se la figlia si sforzasse di apparire serena la spiò qualche volta dal buco della serratura, accorgendosi che quel sorriso Chiara lo aveva sempre, perché avvolta dalla grazia di Dio. A seguito di una grave emorragia, i medici sono in dubbio se continuare le cure e intervenire con una trasfusione. I suoi amici fanno turni di preghiera tutta la notte e, la mattina, viene deciso di proseguire la terapia. Passerà ancora un anno, Chiara festeggerà a letto i suoi 18 anni.

Ormai proiettata con il cuore e la mente alla vita eterna, Chiara vive diverse esperienze soprannaturali. Lei stessa racconta con un audio rivolto ai Gen che un giorno, trovandosi in sala operatoria, si vede vicino una figura femminile con un «sorriso luminosissimo, bellissima» che le si avvicina prendendole la mano e facendole coraggio. All’inizio Chiara era convinta che quella persona fosse del gruppo dei focolari e conoscente dei genitori, ma capirà ben presto che la realtà è un’altra: dentro di lei sente forte il desiderio di ringraziare Dio per quel dono che comprende essere del Cielo, lasciandoci una delle testimonianze più belle: «In quel momento ho capito che se noi fossimo sempre in questa disposizione d’animo pronti a tutto, quanti segni Dio ci manderebbe. Ho compreso anche quante volte Dio ci passa accanto e noi non ci rendiamo conto».

Chiara si prepara all’incontro decisivo ricevendo quotidianamente l’Eucaristia: per lei quello è il momento più atteso e importante delle sue giornate. Penserà anche a preparare il suo funerale perché quel giorno dovrà essere una festa. Alla mamma dice: «Quando mi vestirai dovrai sempre ripetere: ora Chiara vede Gesù!». Un’altra testimonianza della sua santità ci viene data dal modo in cui Chiara affronta il dolore dovuto all’aggravarsi della malattia. I medici vogliono intensificare la somministrazione di morfina, ma Chiara la rifiuta, dicendo: «Mi toglie la lucidità e io, a Gesù, posso offrire solo il mio dolore».

Un’altra battaglia più terribile estenuava quell’anima di Dio. La mamma racconterà che una mattina, entrando nella stanza dell’ospedale dove la figlia era stata di nuovo ricoverata, la trovò tutta in disordine. Alla domanda su cosa fosse accaduto, Chiara rispose: «Di tutto, di tutto, mamma! Ma sai, io non ho sciupato niente, nemmeno – aggiunge unendo il pollice all’indice – nemmeno tanto dolore così. Ho offerto tutto, tutto a Gesù». Stremata dalla malattia, Chiara “Luce” (soprannome datole da Chiara Lubich) riesce ancora a sorridere a quanti passano a trovarla nella sua cameretta. Comprendendo l’avvicinarsi della sua dipartita, salutò la mamma con queste ultime parole: «Mamma ciao! Sii felice perché io lo sono». Il 7 ottobre 1990, alle 4 e 10 del mattino, Chiara lascia questa terra per andare finalmente incontro allo Sposo.

Questa è la storia di una santa giovane che ha saputo accogliere il progetto di Dio su di lei, con un abbandono fiducioso per acquistare il Bene più grande. Un Bene per il quale vale la pena vivere e soffrire su quella croce che Gesù ha portato per ciascuno di noi.

 

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana